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Franco Floreanini

3 maggio 2001

VINCENT ha estratto questi spunti del critico e scrittore milanese da una appassionata presentazione per la mostra di Daniele Oppi presso la Libreria Bocca di Milano in gennaio 2001.

"Il redivivo Robert Hughes, critico d'arte e scrittore di rinomanza internazionale, sopravvissuto a un incidente d'auto nel deserto australiano che gli procurò fratture multiple, torna su Time magazine, senza ipocrisie e convenienze, a trattare dell'arte contemporanea, in buona compagnia con Marc Funaroli, Jean Clair ed Ernest Gombrich per il quale la grande pittura è finita con la scomparsa degli artisti nati nel secolo XIX, considerazione analoga, nel campo della letteratura, a quella del filologo Cesare Segre.

Hughes, visitando la mostra <<1900  Art at the Crossroads>> al Guggenheim Museum di New York, rileva che in quegli anni il mondo artistico era più tollerante, non pervasiva la nozione di avanguardia.

Il trascorrere del tempo rende obsoleti mode, costumi, tendenze estetiche. Carolus-Duran, Zorn, Sorolla, Vrubel, Toorop allora ricompensati con premi, fama e denaro, sono stati offuscati da Cézanne, Matisse, Picasso, Malevich, Beckmann, Rauschenberg. Tra cento anni le sculture di Jeff Koons e i cadaveri di animale di Damien Hirst spariranno nel dimenticatolo. Memento mori, la campana suonerà anche per loro.

Che dire della rinascita dell'Accademia dalle sue ceneri? Richard Horphet, curatore della National Gallery di Londra, ha invitato ventiquattro artisti tra cui gli eccellenti Bill Viola, David Hockney, Antoni Tapies, a scegliere una pittura del passato conservata nel Museo per trarne motivo di ispirazione nel progettare una nuova. Siamo ritornati alla copia rivisitata secondo la visione postmoderna? Apprezzabile e sincera la dichiarazione di Viola: <<Non credo nell'originalità, tutti prendiamo a prestito, la creatività è contagiosa>>.

È venuto meno l'approccio storicistico all'opera d'arte. Ma la necessità di nuove interpretazioni non deve soggiacere alla melassa di accostamenti cervellotici, basati su sensazioni, come negli allestimenti tematici, davvero deprimenti, della Tate Modern di Londra. L'accostamento grottesco di Monet con Long deprime le due opere esposte. Peggio, i busti di Matisse di fronte ai disegni di nudo di Marlene Dumas, conosciuta soltanto dalla lobby istituzionale anglo-americana.

Approccio e simbiosi innovate sono invece suggerite dallo storico dell'arte Michael Baxaudall in Forme dell'intenzione (Einaudi), che opta per una associazione di teoria e critica, bilanciando le due letture, il contesto storico del passato con l'ottica più complessa del presente, non limitandosi a una relazione diretta tra oggetto pittorico e società (influenza di moda e costume, committenza).

Il quasi totale azzeramento da parte del postmoderno di artisti del passato fuori del circuito del mercato, è toccato in Italia ad artisti nati tra il 1920 e il 1935, influenzati nel secondo dopoguerra da Picasso, cubismo, informale. Generazione ormai quasi dimenticata, con qualche eccezione nel campo della scultura."

                      

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